Negli anni universitari ho incominciato a “non” eliminare alcuni libri scolastici e ad acquistarne altri per il puro piacere di possederli. Ben presto ho percepito i sintomi della mia “malattia”: accettavo forzatamente quando inevitabili, le consultazioni in biblioteche pubbliche; non volevo neanche ipotizzare il ricorso a prestiti privati; l’unico modo anche soltanto di cominciare a leggere un libro. che mi sembrava accettabile, era che fosse fisicamente mio. Non mi sono perciò stupito quando ho scoperto che il linguaggio biblioteconomico definisce un libro appartenente ad una biblioteca, e quindi conservato fisicamente negli scaffali della stessa, con il termine “posseduto”. Oggi, abituati a raggiungere le pagine più diverse in remoto, immergendoci nel freddo dell’universo virtuale, può essere rassicurante scoprire che un oggetto-libro è lì, vicino a noi, impolverato, toccabile. Lo si può raggiungere nelle stanze di un palazzo secolare oppure vederlo arrivare trasportato da impianti d’avanguardia oppure averlo fra le pareti del nostro studio; in ogni caso questi contenitori testimoniano che possedere quell’oggetto significa avere un piccolo o grande “patrimonio”, un bene che per secoli è stato indispensabile per lo svolgimento di specifiche attività: lettura, studio, ricerca. Non dobbiamo poi turbarci dell’esplicita vena erotica del termine “posseduto”: avere nelle mani un libro appartiene all’estetica in senso etimologico, cioè alle pure sensazioni che proviamo a contatto con l’arte, come toccare (in barba alla sorveglianza di un museo) le marmoree ma non fredde cosce di un nudo femminile del Bernini. Aprire le pagine di un libro (di un libro che possiedi, che è “tuo”) è come aprire un cassetto rimasto chiuso per molto tempo, ritrovare una vecchia foto, ritornare nei luoghi dell’infanzia, rileggere un biglietto scritto da chi non c’è più. O come progettare un viaggio. dscn1608

L’oggetto-libro cui qui mi riferisco è quello STAMPATO, nato a metà del Quattrocento, in cui si trova almeno una cinquantina di pagine (ognuna equivalente ad una facciata) compresse in rilegature di vario tipo, con una copertina rigida o morbida alta in genere fra i 15 e i 40 centimetri.

La biblioteca qui descritta è del tutto privata, cioè non nasce per essere aperta all’utilizzo di chiunque lo chieda. Quindi non cura l’interazione con l’esterno. I parenti e gli amici eventualmente interessati ai volumi qui descritti, sappiano che la scelta del bibliotecario è di non imprestare nulla se non per comprovate esigenze particolari. Tale concezione è ampiamente documentata in queste pagine dal ripetersi dell’aggettivo possessivo: i miei libri, la mia biblioteca, etc. Sottoscrivo quanto affermato da illustri bibliofili: imprestare un libro è un’istigazione al furto. Alla morte del bibliotecario gli eredi decideranno il da farsi, senza alcun vincolo. Tuttavia, dico “bibliotecario” perché, pur concependomi come unico utente, non ho disposto i libri in un voluto disordine esplorabile solo da me; non ho ritenuto di custodire esclusivamente nella mia memoria la reperibilità dei volumi in mio possesso. Ho invece elaborato un catalogo cartaceo-informatico di tutto il mio posseduto, affinché ciascuno possa constatarne a tavolino la composizione ed effettuare eventuali ricerche interne.

Questa biblioteca non contiene edizioni rare né volumi di gran pregio. Essa è a tutti gli effetti generalista, anche se alcuni filoni sono numericamente più rappresentati di altri (cfr. più avanti i “Criteri di catalogazione”). Essa è semplicemente un fondo librario privato, costituito dai volumi raccolti negli anni dal bibliotecario in quanto lettore discontinuo e trasversale, innamorato del libro-contenuto e fanatico amante del libro-oggetto, studioso dilettante e come tale autore di saggi. Infatti, oltre ad articoli e documenti vari, ho pubblicato alcuni volumi, tutti dedicati alla organizzazione teatrale, che è stata la mia professione durante i 37 anni di mia presenza nel mondo del lavoro. Questi volumi sono interamente pubblicati nel presente sito.

Mia moglie Damiana Martinelli, medico psichiatra e psicoterapeuta, ha messo a disposizione (dopo un non breve periodo di diffidenza nei miei riguardi) la sua raccolta di testi specifici, ricavandone il diritto di associare il proprio cognome in ditta: ed ecco la “Biblioteca privata Ferrari-Martinelli”.

Come detto, non sono mai stato un lettore né metodico né accanito, anzi: spesso non terminavo i libri che avevo incominciato a leggere. Soltanto negli ultimi anni ho preso a leggere molto; la cosa è coincisa con la decisione di dare un ordine al mio “posseduto”. Quindi mi sono concesso un giochino innocente, un po’ maniacale, ma approcciato con il massimo della serietà dilettantistica. Ho infatti seguito un (bellissimo!) corso di biblioteconomia del professor Maurizio Vivarelli dell’Università di Torino nell’anno accademico 2012-13. Da allora continuo a leggere testi riguardanti in vari modi il “libro”, ai quali nella mia biblioteca è dedicata una specifica sezione, che curo con sempre maggiore interessedscn1640

Questi studi mi hanno convinto ad intraprendere una auto-catalogazione dei miei libri. In particolare, ho attinto notizie fondamentali da Il catalogo di Carlo Revelli, da me posseduto nella terza edizione aggiornata al 2008 (Editrice Bibliografica, Milano, febbraio 2010).

Com’è noto, le norme di catalogazione variano o si sviluppano periodicamente, si possono considerare “aperte”. La IFLA (Federazione Internazionale delle Associazioni di Biblioteche) detta le norme ISBD (International Standard Bibliographic Description), che in Italia sono state recepite nel 1978 dalle RICA. Rispetto al libro cartaceo tradizionale le norme ISBD riguardano le cosiddette “monografie” (pubblicazioni a stampa in senso lato indicate con M) e i libri antichi. Evidentemente, il saggio di Revelli può risultare superato in varie parti; tuttavia costituisce un’autorevole guida per un bibliotecario privato come il sottoscritto, che desideri soltanto -come detto- mettere dilettantisticamente in ordine il proprio tesoretto librario, con scopi del tutto autoreferenziali. Da questo punto di vista, il saggio ha consentito allo scrivente auto-catalogatore di assumere i seguenti criteri.

La “segnatura”, che permette il recupero fisico del documento, è indicata in ciascuna scheda nella casella che il mio programma informatico (cfr. più sotto) denomina “collocazione” dell’opera, e nei miei scaffali si riferisce a quanto da me trascritto su una etichetta che incollo al piede del dorso di ciascun volume. L’etichetta sul dorso dei libri è l’immediata connotazione visiva di una biblioteca che si rispetti, almeno per quanto riguarda la mia sensibilità di bibliofilo novecentesco. Una biblioteca privata può avere una seconda connotazione ancora più antica, nata dall’eterna gelosia di qualunque “possessore”. Contemporaneamente all’incollamento dell’etichetta, appongo su ciascun volume il mio ex-libris, disegnato dall’amico pittore Gianni Baretta da Alessandria; in genere lo faccio sul risguardo (raramente sulla seconda di copertina), oppure sulla prima pagina interna. Il “punto di accesso” nel catalogo cartaceo coincide di fatto con la segnatura, in quello informatico è allargato a tutte le entrate fornite dal “filtro” del sistema (cfr. più sotto).

Il catalogatore rimane in verità soltanto uno schedatore se non mette in rapporto le voci all’interno del catalogo. Innanzitutto, deve mettere l’utente del catalogo nelle migliori condizioni di utilizzo. Il suo primo compito è “descrivere” il documento. Le ISBD(M) prevedono otto aree in cui ripartire la descrizione. La fonte principale delle informazioni è il “frontespizio”, affermatosi a partire dagli inizi del ‘500, insieme alle indicazioni finali che oggi sono molto ridotte rispetto al colophon antico. Da Crivelli ho appreso e applicato alcune “aree” specifiche. dscn1614

Area del titolo e dell’indicazione di responsabilità.

Con titolo intendiamo il titolo proprio e i suoi complementi indicati dalla pubblicazione (copertina e/o frontespizio). Per indicazione di responsabilità intendiamo l’autore/i o, in assenza, il curatore/i. Rimane il problema “autori vari”, una definizione cui lo scrivente autocatalogatore è ricorso (sorry!) ogni volta in cui gli è sembrata la soluzione più comoda.

Area dell’edizione e area della pubblicazione.

I due termini spesso si confondono. L’edizione identifica il come (prima edizione, ristampa, nuova edizione, edizione riveduta, etc) il prodotto-libro è stato messo in distribuzione in copie identiche. Il termine pubblicazione indica un prodotto-libro finito. Il luogo di edizione è diventato meno importante, nelle bibliografie può anche mancare. Se il libro stesso non lo riporta, la cosa si può dichiarare con sine loco (S.L.). L’editore è il produttore, normalmente è riportato in fondo al frontespizio. Il tipografo, vero pioniere del libro moderno, è indicato marginalmente in ultima pagina (recentemente può essere evidenziata la carta utilizzata, in rapporto alla qualità editoriale ma anche all’attenzione per l’ambiente). La data di edizione è indispensabile. Si tratta dell’anno indicato dall’editore come inizio della diffusione del prodotto-libro, non quello del copyright. In assenza di una data esplicita, occorre cercare nel testo una indicazione sostitutiva; inoltre occorre verificare che in proposito non si entri in contraddizione con l’area dell’edizione.

Area della descrizione fisica.

La fonte per quest’area è l’intera pubblicazione. Il primo elemento è il numero dei volumi (quello fisico, aldilà delle differenziazioni in tomi); poi quello delle pagine (numeri arabi per quelle strettamente testuali, romani per introduzioni e altro); poi eventuali tavole fuori testo. Si deve indicare se il libro è illustrato nella paginazione, oppure con figure specifiche, foto, etc; le tavole fuori testo non riguardano la paginazione; tabelle, diagrammi, etc non sono illustrazioni. Le abbreviazioni valgono per il singolare e per il plurale. Per il formato si indica solo l’altezza calcolata sulla copertina, semplicemente con cm; la larghezza è facoltativa ma è opportuna quando è uguale-maggiore dell’altezza. Infine, si citano gli eventuali allegati che facciano parte integrante del volume (disco, riproduzioni di manoscritti, carte geografiche, etc).

Area della collezione.

La collezione (collana) riguarda le opere in serie; in genere ha un titolo comune e l’indicazione del curatore.

Area delle note.

Da usare liberamente.

Area del numero normalizzato e delle condizioni di reperibilità. dscn1623

In Italia si è diffusa la numerazione normalizzata ISBN (International Standard Book Number) adottato per tutte le pubblicazioni monografiche. Questo codice viene utilizzato a sua volta per il codice a barre EAN (European Article Numbering) che vale per qualsiasi articolo commerciabile. Mentre scrivo, il numero ISBN che appare stampato sul libro comincia con il n°978 che denota l’articolo libro ed è seguito da vari numeri. Il n°88 caratterizza l’Italia (e anche Svizzera italiana, Vaticano e San Marino); le cifre successive caratterizzano l’editore; l’ultima cifra è di controllo (può essere anche una X).

Sempre rispetto alle pubblicazioni cartacee le norme di descrizione del Revelli proseguono per altre categorie. Innanzitutto, il “libro stampato antico” [in cui si può inserire altresì la tipologia generica di libro raro] che comprende: incunaboli (dall’invenzione della stampa all’anno 1500 compreso), cinquecentine e secentine (dal 1501 all’anno 1700 compreso); altri, editi fino all’avvento del torchio meccanico, ca 1830. Ho già detto che la mia biblioteca non presenta volumi di gran pregio; comunque contiene alcuni volumi settecenteschi, un certo numero di ottocenteschi editi sia prima che dopo il 1830, e altri primonovecenteschi; alcune edizioni particolari (p.es. di Tallone e di Franco Maria Ricci). Infine i “fuori formato” e le “grandi opere” a più volumi.

Per rendere “scritta”, o meglio: consultabile, questa catalogazione ho escluso a malincuore di ricorrere alle mitiche “schede cartacee”, glorioso simbolo e innegabile fascino delle biblioteche storiche. In un raptus di contemporaneità, per completare operativamente il progetto di diventare il bibliotecario di me stesso, ho deciso di adottare un programma informatico: “ManyBooks 6.0 (Copyright Massimo Nardello, Modena 2001 – 2006)”. Come si vede, anche questo strumento è già miseramente vecchio; immaginiamoci come lo sarà al termine del mio lavoro! Tuttavia, il mio amico consulente informatico -Davide Caruso da Alessandria- mi ha assicurato che il supporto informatico prescelto avrà una durata accettabile, anche se di gran lunga inferiore a quella delle mie dilette creature cartacee. È nota infatti la caducità sempre maggiore di qualsiasi modello sia di software che di hardware; la dice lunga la scomparsa di strumenti come il floppy-disk; la stessa “chiavetta” si ritrovò improvvisamente obsoleta; ed è ormai acclarato che il dispositivo hardware denominato eBook non ha soppiantato, nel cuore dei lettori, lo scomodo, pesante ma “vivo” libro di carta (evviva!). Insomma: si sa che digitalizzare non significa conservare in eterno; il mio caro ManyBooks è già adesso un esempio di archeologia informatica, tuttavia confido che i miei eredi (o, magari prima, il mio amico Davide) riescano a trasferirlo su nuovi software (o come si chiameranno i futuri strumenti).

Il gran lavoro di catalogazione che sto svolgendo con ManyBooks per ora non può essere stampato, ma naturalmente è molto più utilizzabile delle suddette “schede” stipate nei mitici mobili a cassettini delle vecchie biblioteche pubbliche. ManyBooks è un programma di schede librarie informatiche in cui si può entrare da vari accessi e poi navigare lungo varie rotte. In proposito mi sembra opportuno aggiungere qualche informazione tratta dal manuale d’uso del programma. «ManyBooks è un software open source per ambiente Windows che consente di effettuare una catalogazione bibliografica; è stato pensato principalmente per essere utilizzato da chi è impegnato in un’attività di ricerca di qualunque tipo e ha il bisogno di schedare ciò che studia. Con ManyBooks è possibile non solo catalogare libri, articoli di riviste o contributi di singoli autori all’interno di opere collettive (es. miscellanee), ma è pure possibile associare a ciascuna scheda bibliografica diverse schede di note contenenti citazioni dell’opera schedata, commenti, ecc.; a ciascuna nota, poi, è possibile allegare un file, come un documento in formato pdf, un testo di Microsoft Word o un’immagine, che può essere successivamente recuperato e visualizzato. Ad ogni scheda bibliografica è possibile associare un qualsiasi numero di parole chiave, utili a reperirla in fase di ricerca. Infine, Many Books consente ad un gruppo di ricercatori di scambiarsi agevolmente il materiale schedato: è possibile infatti importare ed esportare le schede bibliografiche desiderate con le relative note, allegati e parole chiave.

Il programma è diviso in tre sezioni. «Schede di catalogazione»: in questa sezione è possibile inserire i dati per la catalogazione, associare a ciascuna scheda bibliografica delle parole chiave e delle note contenutistiche; è poi possibile svolgere delle ricerche, ma solo sui dati bibliografici: la ricerca sulle parole chiave e sulle note, infatti, si svolge nelle sezioni seguenti. «Archivio delle parole chiave»: in questa sezione è possibile selezionare le schede bibliografiche attivando un filtro sulle parole chiave. «Archivio delle note»: in questa sezione è possibile selezionare le note contenute in tutto l’archivio attivando un filtro sia sui campi della schedatura bibliografica che su quelli delle note stesse; il contenuto di ciascuna nota viene poi visualizzato in una sorta di archivio virtuale che è possibile scorrere come se si stesse consultando una serie di schede cartacee.» dscn1635

Ho già detto di non aver avuto criteri scientifici nel mio abbastanza compulsivo accumulo librario. Ho già precisato che, con il passare degli anni, ho maturato un interesse verso l’oggetto-libro “bello” (edizioni ben curate) e “vecchio” (soprattutto ottocentesco) indipendentemente dai contenuti. Ho sempre apprezzato i “fuori formato”, pur essendo degli incubi per un bibliotecario invecchiato (spostare libri pesanti, ad una certa età è come movimentare le lenzuola negli armadi). Mi sono sempre più appassionato alle “grandi opere” a più volumi, e alle collane. Nei miei acquisti ho seguito quindi linee molto diverse. Mi sono laureato in storia del teatro nel 1975, con una tesi su Dario Fo, che fu pubblicata su una rivista e che mi inoculò la voglia di scrivere sul teatro, ma soprattutto quella di collezionare testi di contenuto storico-teatrale, molti dei quali ho donato al Teatro comunale della mia città (e ho fatto male!). Nel 1980 pubblicai giovanissimo una presuntuosa “guida” teatrale. Dopo la laurea ho fatto professionalmente l’organizzatore teatrale dal 1977 al 2012, cioè per tutta la mia vita lavorativa; durante la quale ho comprato molti testi di storia e anche di organizzazione dello Spettacolo: teatro, musica, danza, cinema, non dimenticando testi sull’arte figurativa. La mia specializzazione mi ha portato a studiare il management applicato al mondo artistico. Ho lavorato in anni in cui si diffuse l’economia della cultura, con la sua figlioccia prediletta: l’aziendalizzazione (dei teatri, dei musei, degli eventi, e altro). È stata una ubriacatura, come tale sia creativa che esagerata, nella quale mi sono immerso completamente, che ha prodotto una autentica valanga di pubblicazioni saggistiche, delle quali ho fatto incetta e sulle quali ho assai studiato, arrivando a pubblicare sul tema “management teatrale” tre saggi abbastanza apprezzati dagli addetti ai lavori (2000, 2006 e 2012). Verso il fine carriera ho recuperato il vecchio amore per la storia teatrale e ho pubblicato (2013) una biografia critica su una attrice ottocentesca, di cui sono molto fiero. Ho sempre comprato libri di letteratura, italiana e straniera; ovviamente di letteratura teatrale e di drammaturgia; di critica letteraria; di letteratura “gialla”. Non ho certo trascurato i classici. Ho acquistato, con grande cura, testi di Filosofia, sulle Religioni e di Pensiero in genere. In quest’ultimo settore ho raccolto un gran numero di opere di due pensatori: Umberto Eco e Hans Küng. Minore attenzione ho dedicato alla Storia e alla Scienza-Tecnologia, ma per la Storia ho rimediato raccogliendo Grandi Opere. Recentemente mi sono occupato di pubblicazioni sulla lingua italiana. E soprattutto, con il progredire della mia biblioteca, ho alimentato un entusiasmante filone sull’universo “libro”: dalla storia dell’oggetto-libro, alla scrittura, alla carta, all’editoria, alla biblioteconomia, e altro.

Dunque, ho illustrato la struttura della mia biblioteca. Vi ho posto sopra una specie di cappello. Nonostante la mia felicità sia riposta nel chiudermi nel mio scriptorium, circondato dai libri, a leggere e a catalogare, e a ricevere qualche amico (nel significato non facebookiano del termine, beninteso!), ho ceduto alla tentazione di informare il mondo dell’esistenza della mia bibliocreatura; il che oggi significa inserire il suono della propria voce nell’assordante rumore di fondo e nella falsa, pericolosa accoglienza della rete. L’impareggiabile Davide mi ha fabbricato il presente sito www.francoferrarimybooks.it, in cui innanzitutto ho inserito i miei cinque saggi editi (citati più sopra) offrendone la totale leggibilità; inoltre vi pubblico periodicamente delle recensioni riguardanti esclusivamente testi posseduti dalla mia biblioteca, a cominciare dai saggi che si occupano di libri. dscn1632

C’è un evidente narcisismo in questa scelta. E’ il mio giochino per la vecchiaia (già arrivata). Spero di non danneggiare l’Ambiente.